Comunicato stampa

Il Sindacato Confsal  Unsa Coordinamento Esteri interpella i propri iscritti in servizio presso la rete consolare mondiale: come avete affrontato l’emergenza Coronavirus?

La risposta si può sintetizzare in una sola frase: è andata bene, ma potevamo cavarcela meglio e con minore stress grazie ad una attrezzatura migliore, una più adeguata preparazione ed una più efficace tutela nei confronti dei Paesi ospitanti tramite un formale accreditamento del personale.

Nella sua prefazione al lavoro di rilevazione statistica che  ha coinvolto ben 77 sedi estere delle complessive 301 tra ambasciate, consolati e Istituti Italiani di cultura sparsi sui cinque continenti,  il Segretario nazionale della Confsal-Unsa Esteri, Iris Lauriola, annota: “I dati che i partecipanti alla rilevazione ci hanno fornito, mettono comunque in evidenza l’assenza di un piano d’emergenza univoco (che in ogni sede all’estero dovrebbe giacere nella cassaforte del dirigente, a fronte di fatti eccezionali come calamità naturali, eventi bellici e di forti contrasti sociopolitici) nonché di strumenti formali dell’Amministrazione centrale per reagire in maniera veloce, agile ed efficace in ogni momento in cui è richiesta la straordinarietà dell’azione consolare”.

Il sondaggio ha evidenziato che l’applicazione delle disposizioni ministeriali, in numerosi Paesi, non ha potuto eliminare il rischio del contagio fra i dipendenti in servizio. Svariati  sono stati, infatti, i contagi tra il personale all’estero, che in alcune sedi ha sfiorato percentuali ragguardevoli tra i dipendenti.

Si è rilevato altresì che per la peculiarità delle sedi all’estero si è dovuto ricorrere necessariamente a modalità di lavoro misto.

Si è trattato di  rientri  in ufficio per turni al fine di assicurare i servizi essenziali e del ricorso allo smart-working, sempre a garanzia dell’attività della rete diplomatico-consolare e del rafforzamento del servizio telefonico, per rispondere ai casi di emergenza aumentati notevolmente a seguito della parziale chiusura degli uffici al pubblico.

Iris Lauriola: ”Buona parte delle misure messe immediatamente in campo per affrontare le emergenze derivate dalla pandemia, in attesa dell’attivazione dei meccanismi governativi e ministeriali, sono state comunque frutto della capacità d’iniziativa delle singole sedi e dei singoli, della loro facoltà di adattamento e, non per ultimo, del loro coraggio e della loro professionalità”.

Anche da questa statistica emerge ancora una volta la precaria tutela di chi è in servizio all’estero e incappa in situazioni di emergenza. Dal sondaggio si apprende, infatti, che i lavoratori assunti in loco hanno dovuto circolare anche in orario di coprifuoco in alcuni Paesi extracomunitari e talvolta, in contrasto con le norme locali, soccorrere la nostra gente all’estero, agendo senza tutele formali derivanti da un passaporto di servizio o da altre forme di notifica ufficiale.

Non sono mancati i casi in cui gli impiegati consolari hanno dovuto subire fermi e serrati controlli poiché muniti di semplici certificazioni o  autodichiarazioni (come peraltro  indicato dalla dirigenza della sede) con cui si attestava il loro servizio  consolare. 

Anche lo smart-working è partito con difficolta’  e con scarsa attrezzatura. A nulla erano serviti gli appelli sindacali a voler formalizzare e attrezzare adeguatamente  il telelavoro come forma agile di prestazione lavorativa atta ad affrontare ogni evenienza.

Con il Coronavirus l’impreparazione a queste forme elastiche di lavoro è venuta a galla in tutta la sua drammaticità.

È emerso che,  mentre il Ministero Italiano del Lavoro incoraggiava lo smart-working, le resistenze che ne hanno impedito finora l’introduzione sulla rete estera del MAECI hanno rappresentato pregiudizio per il lavoro quotidiano dei consolati, delle ambasciate e degli Istituti Italiani di cultura.

Il sondaggio è consultabile alla pagina web della Confsal-Unsa Esteri https://www.unsaesteri.com/

Roma, 27 giugno 2020

Confsal Unsa Coordinamento Esteri 

 

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Categoria: Comunicati